Nel caso, non venite a cercarmi

Con un profondo senso di amarezza e disillusione, sono arrivato al punto in cui non ho più nulla da spiegare, a nessuno; gli ultimi sondaggi disponibili mi hanno gettato nello sconforto. Certo, si può recuperare, non è detta l’ultima parola, ma è il dato che mi deprime.
C’è un momento, nella vita professionale e civile di ognuno di noi, in cui si rompe qualcosa; non perché sia arrivata una delusione improvvisa, ma perché una lunga serie di piccole crepe diventa, a un certo punto, una frana definitiva. Per me, quel momento è arrivato con questo referendum.
Ho provato a discutere con amici, conoscenti, persone estranee, per chiarire, riportare il discorso sul merito; mi sono reso conto che, salvo gli addetti ai lavori – al netto delle rispettive legittime opinioni – ben pochi sanno di che cosa si parla, anche se hanno una opinione ben precisa.
Da giurista e avvocato penalista, ho assistito a un dibattito referendario che ha progressivamente abbandonato il merito tecnico, per sprofondare in una trincea di contrapposizioni politiche, slogan vuoti e paure infondate. La discussione sulla separazione delle carriere, un'occasione storica per rafforzare le garanzie del giusto processo, è stata sacrificata sull'altare dell'odio politico e della disinformazione strategica. Da un lato e dall’altro.
E mentre leggo titoli sensazionalistici e ascolto argomentazioni che non reggerebbero un esame di procedura penale al primo anno, mi rendo conto che qualcosa dentro di me si è incrinato.
Per questo motivo, qualora gli ultimi sondaggi trovassero conferma nelle urne, ci saranno due categorie di persone che non mi dovranno più venire a cercare: i politici della mia area, ma anche quei cittadini che, per loro sfortuna clienti di un penalista, mi chiederanno conto delle ingiustizie di un sistema che hanno scelto di preservare.
Innanzitutto, ai politici della mia area che sostengono con virulenza e convinzione le ragioni del “NO”: non venitemi a cercare, a chiedermi il voto, sostegno, o anche solo comprensione; in questa campagna referendaria ho percepito una sciatteria intellettuale che offende la mia intelligenza di giurista, e il mio senso di Giustizia.
Per mera contrapposizione politica (almeno questa è la mia opinione), si è ridotta una riforma strutturale, pensata per tutelare il cittadino, a un mero derby contro il governo in carica; spesso le argomentazioni dei vari leaders politici per convincere “la massa” (intesa in senso di agglomerato informe di voti) tramite gli organi di stampa, sono un insulto alla logica giuridica.
Lo spettro di un pubblico ministero asservito all'esecutivo, ben sapendo che sarebbe necessario stravolgere ben altri pilastri costituzionali, la prospettazione di un vero e proprio pericolo per la tenuta della stessa Democrazia, l’arrivo dell’autoritarismo, delle cavallette, della peste nera; oppure argomenti inutili, che la riforma non velocizza i processi, non fa assumere altri giudici e cancellieri; talvolta argomenti offensivi, come il fatto che la separazione delle carriere favorisce la mafia, che tutela solo i potenti e che è la riforma voluta da Gelli.
Altrettanto inascoltabili, ovviamente, sono le ragioni dei politici del “SI”, che promettono che non ci sarà più “Garlasco”, “la famiglia nel bosco” o cose simili, e che conseguentemente attentano al mio equilibrio psichico, laddove sono costretto a spiegare che anche questo non c’entra nulla con la riforma sottoposta a referendum e che, anzi, ne danneggia le buone ragioni. Ma loro non li ho mai votati e, quindi, non posso rivolgere loro pretese personali (paradossalmente, anzi, li dovrei pure ringraziare, per aver proposto la riforma; cosa mi sento dire!).
E poi ci siete voi, cittadini, disinformati o trascinati da questa polarizzazione, che per mera appartenenza o contrapposizione politica voterete "NO" (sono esclusi, quindi, coloro che lo fanno per convinzione “tecnica” dopo essersi informati, consapevoli di quello che fanno, al di là degli slogan, ai quali, anzi, va attribuito un particolare plauso, qualunque sia il loro voto).
Quando, per vostra sventura, incapperete in un processo penale, seduti dall'altro lato della mia scrivania, non chiedetemi spiegazioni per le ingiustizie che questo sistema produce. Non stupitevi se percepirete il giudice e il pubblico ministero come due facce della stessa medaglia, e voi, con il vostro avvocato, come gli unici veri soggetti esterni in aula.
Non date la colpa all’avvocato, se l’ordinanza di custodia cautelare che vi soffoca, ricalca il 90% del testo della richiesta del PM, oppure se prima della vostra udienza, entrambi discutono amabilmente su questioni comuni, quali l’avanzamento di carriera, il trasferimento e altro che li riguarda, perché sarà del tutto legittimo.
Quando avete scelto di votare “NO” per mandare a casa la Meloni (che non andrà a casa, qualunque cosa accada), in realtà, avete scelto di mantenere intatta questa contiguità culturale e istituzionale; avete scelto di non rafforzare la terzietà di chi deve giudicarvi. Non venite da me, quindi, a pretendere spiegazioni per un'ingiustizia che, con il vostro voto, avrete contribuito a cementificare, spiegazioni che non avete voluto ascoltare quando c’era tempo.
Forse sono troppo severo; anche se l’abbaglio è grave (almeno dal mio punto di vista), si può comunque comprendere l'errore di un cittadino bombardato da una comunicazione fuorviante; imperdonabile è, invece, la scelta consapevole di una classe politica, che ha sacrificato una battaglia di civiltà giuridica per miopi calcoli di partito.
A loro, in particolare, dico, nel caso, non venite a cercarmi
Roberto Randazzo
A chi potrebbe piacere questo articolo?
Nel caso, non venite a cercarmi

Data di pubblicazione:
18 mar 2026
Con un profondo senso di amarezza e disillusione, sono arrivato al punto in cui non ho più nulla da spiegare, a nessuno; gli ultimi sondaggi disponibili mi hanno gettato nello sconforto. Certo, si può recuperare, non è detta l’ultima parola, ma è il dato che mi deprime.
C’è un momento, nella vita professionale e civile di ognuno di noi, in cui si rompe qualcosa; non perché sia arrivata una delusione improvvisa, ma perché una lunga serie di piccole crepe diventa, a un certo punto, una frana definitiva. Per me, quel momento è arrivato con questo referendum.
Ho provato a discutere con amici, conoscenti, persone estranee, per chiarire, riportare il discorso sul merito; mi sono reso conto che, salvo gli addetti ai lavori – al netto delle rispettive legittime opinioni – ben pochi sanno di che cosa si parla, anche se hanno una opinione ben precisa.
Da giurista e avvocato penalista, ho assistito a un dibattito referendario che ha progressivamente abbandonato il merito tecnico, per sprofondare in una trincea di contrapposizioni politiche, slogan vuoti e paure infondate. La discussione sulla separazione delle carriere, un'occasione storica per rafforzare le garanzie del giusto processo, è stata sacrificata sull'altare dell'odio politico e della disinformazione strategica. Da un lato e dall’altro.
E mentre leggo titoli sensazionalistici e ascolto argomentazioni che non reggerebbero un esame di procedura penale al primo anno, mi rendo conto che qualcosa dentro di me si è incrinato.
Per questo motivo, qualora gli ultimi sondaggi trovassero conferma nelle urne, ci saranno due categorie di persone che non mi dovranno più venire a cercare: i politici della mia area, ma anche quei cittadini che, per loro sfortuna clienti di un penalista, mi chiederanno conto delle ingiustizie di un sistema che hanno scelto di preservare.
Innanzitutto, ai politici della mia area che sostengono con virulenza e convinzione le ragioni del “NO”: non venitemi a cercare, a chiedermi il voto, sostegno, o anche solo comprensione; in questa campagna referendaria ho percepito una sciatteria intellettuale che offende la mia intelligenza di giurista, e il mio senso di Giustizia.
Per mera contrapposizione politica (almeno questa è la mia opinione), si è ridotta una riforma strutturale, pensata per tutelare il cittadino, a un mero derby contro il governo in carica; spesso le argomentazioni dei vari leaders politici per convincere “la massa” (intesa in senso di agglomerato informe di voti) tramite gli organi di stampa, sono un insulto alla logica giuridica.
Lo spettro di un pubblico ministero asservito all'esecutivo, ben sapendo che sarebbe necessario stravolgere ben altri pilastri costituzionali, la prospettazione di un vero e proprio pericolo per la tenuta della stessa Democrazia, l’arrivo dell’autoritarismo, delle cavallette, della peste nera; oppure argomenti inutili, che la riforma non velocizza i processi, non fa assumere altri giudici e cancellieri; talvolta argomenti offensivi, come il fatto che la separazione delle carriere favorisce la mafia, che tutela solo i potenti e che è la riforma voluta da Gelli.
Altrettanto inascoltabili, ovviamente, sono le ragioni dei politici del “SI”, che promettono che non ci sarà più “Garlasco”, “la famiglia nel bosco” o cose simili, e che conseguentemente attentano al mio equilibrio psichico, laddove sono costretto a spiegare che anche questo non c’entra nulla con la riforma sottoposta a referendum e che, anzi, ne danneggia le buone ragioni. Ma loro non li ho mai votati e, quindi, non posso rivolgere loro pretese personali (paradossalmente, anzi, li dovrei pure ringraziare, per aver proposto la riforma; cosa mi sento dire!).
E poi ci siete voi, cittadini, disinformati o trascinati da questa polarizzazione, che per mera appartenenza o contrapposizione politica voterete "NO" (sono esclusi, quindi, coloro che lo fanno per convinzione “tecnica” dopo essersi informati, consapevoli di quello che fanno, al di là degli slogan, ai quali, anzi, va attribuito un particolare plauso, qualunque sia il loro voto).
Quando, per vostra sventura, incapperete in un processo penale, seduti dall'altro lato della mia scrivania, non chiedetemi spiegazioni per le ingiustizie che questo sistema produce. Non stupitevi se percepirete il giudice e il pubblico ministero come due facce della stessa medaglia, e voi, con il vostro avvocato, come gli unici veri soggetti esterni in aula.
Non date la colpa all’avvocato, se l’ordinanza di custodia cautelare che vi soffoca, ricalca il 90% del testo della richiesta del PM, oppure se prima della vostra udienza, entrambi discutono amabilmente su questioni comuni, quali l’avanzamento di carriera, il trasferimento e altro che li riguarda, perché sarà del tutto legittimo.
Quando avete scelto di votare “NO” per mandare a casa la Meloni (che non andrà a casa, qualunque cosa accada), in realtà, avete scelto di mantenere intatta questa contiguità culturale e istituzionale; avete scelto di non rafforzare la terzietà di chi deve giudicarvi. Non venite da me, quindi, a pretendere spiegazioni per un'ingiustizia che, con il vostro voto, avrete contribuito a cementificare, spiegazioni che non avete voluto ascoltare quando c’era tempo.
Forse sono troppo severo; anche se l’abbaglio è grave (almeno dal mio punto di vista), si può comunque comprendere l'errore di un cittadino bombardato da una comunicazione fuorviante; imperdonabile è, invece, la scelta consapevole di una classe politica, che ha sacrificato una battaglia di civiltà giuridica per miopi calcoli di partito.
A loro, in particolare, dico, nel caso, non venite a cercarmi
Roberto Randazzo
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